Crescere, ovvero abbandonare Facebook

Ho finalmente deciso di cancellare il mio profilo Facebook. È una decisione che ho iniziato a considerare già alcuni anni fa, ma alla quale ho fino ad ora preferito quella di limitare al minimo il mio uso della piattaforma, usandola solo in modalità di sola scrittura, ovvero soltanto per diffondere propaganda politica e in generale per renderlo un posto orribile anche per tutti gli altri. Il mio ragionamento era il seguente: se fossi un personaggio famoso, allora sì che abbandonerei la piattaforma senza indugi, generando un gran chiasso e un impatto su chi mi segue; ma siccome sono connesso con poche persone, l'unica maniera per avere un impatto (per quanto minimo) è quella di restare e “salvare” i miei amici convincendoli delle mie opinioni e/o invogliandoli col mio comportamento ad abbandonare la piattaforma prima di me.

C'è vita anche là fuori

Tuttavia col passare del tempo si sono rafforzati i miei dubbi sulla bontà di questa idea. Quello a cui miro, in fondo, è che la gente si liberi di Facebook; ma finché resto in Facebook come fanno tutti, per quanto io possa protestare o comportarmi in maniera distruttiva, sarò comunque parte del business di Facebook e non costituirò in alcun modo una sfida allo status quo. Non abbiamo nessuna possibilità di convincere nessuno a migrare a piattaforme alternative (o ad abbandonare del tutto le reti sociali) finché noi stessi continuiamo ad esserne parte. Inoltre, so fin troppo bene che è praticamente impossibile convincere qualcuno delle proprie idee su una rete sociale, e anche il mio piano malvagio di rendere orribile questo posto per tutti non può funzionare: se anche qualcuno perdesse la pazienza, mi bloccherà e via.

D'altra parte, lasciando definitivamente Facebook c'è sì un'alta probabilità che la mia dipartita non importi a nessuno, ma al meno io me ne sono andato. Non sarò più una risorsa per Facebook. Nella grandezza dello schema questo è molto poco, una piccola goccia nel mare, ma ritengo che sia l'unica via d'uscita sensata. Lo rimpiangerò? Certamente no: è già da un paio d'anni che praticamente non leggo gli aggiornamenti dei miei amici in Facebook. Certo, è senz'altro possibile che il numero delle visite al mio blog o al canale YouTube (di quest'altro mostro parleremo un'altra volta) ne soffrirà: di questi tempi non molte persone sanno come usare i segnalibri del browser (per non parlare dei flussi RSS) ma, onestamente, non c'è molto che io possa fare per rimediare alla situazione.

I giganti tecnologici della rete stanno certamente rendendo le nostre vite più facili: è diventato più facile tenersi in contatto, trovare informazioni, consolidare l'opinione sul mainstream. È tutto talmente conveniente che ci ha resi non solo più pigri, ma anche più incapaci, al punto che senza i loro servizi ci sentiremmo persi e senza risorse. Non si parla più di una semplice dipendenza psicologica: stanno diventendo una necessità pratica. Questo, a sua volta, ci rende deboli, facili da manipolare e, in ultima istanza, schiavi.

Io credo in internet come una inter net (inter-rete): una rete distribuita, interconnessa, senza un padrone. Il mio fornitore di spazio web decide di censurarmi e chiudermi il sito? Bene, ne apro un altro con un altro fornitore. Ma se Facebook ti chiude l'accesso, immediatamente perdi le connessioni ai tuoi amici, ai gruppi in cui partecipavi, il mercatino, gli eventi locali, le notizie del giorno, il tuo profilo, la tua storia.

Io, se permettete, vorrei essere il padrone della mia vita.

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